Pixie Tales
Racconto
Sulla Pira

Robert continuava a fissarsi le mani.

Erano mani grandi e forti, mani che avevano sollevato pesi di ghisa decine, centinaia di volte, costringendo i muscoli a contrarsi e ad allungarsi in un ciclo di fatica che giungeva a un dolore fiammeggiante come il cuore di una fornace, un cuore i cui aveva forgiato il suo corpo per sfuggire alla brutalità del mondo, una corazza di carne e sangue abbastanza grossa e spessa da poter contenere e proteggere il maelstrom di sogni e sofferenza che gli si agitava dentro. Mani che sapevano chiudersi in pugni grossi e duri come teste di mazze ferrate, capaci di abbattersi come magli contro il sacco da allenamento e che facevano balenare lampi di paura negli occhi dei suoi avversari sul ring. Mani che avrebbero piegato il ferro e spezzato il legno, ma che non potevano piegare la vita né spezzarne le avversità. Mani possenti e allo stesso tempo impotenti. Sembravano tristemente fuori posto così sospese sopra i tasti della macchina da scrivere.

Fletté le dita per un momento e rimase in ascolto. Oltre la porta chiusa il silenzio plumbeo era venato da insopportabili mormorii e da un incessante rantolo, i soli suoni che da giorni riempivano la casa con il loro ritmo ossessivo e alienante. Howard ci avrebbe sicuramente tirato fuori uno dei suoi racconti. Avrebbe dovuto scrivergliene. O forse no, forse non era più così importante.

La sua mente scartò come un cavallo bizzoso e tornò a pensare a Novalyne. Il fiato gli si accartocciò nei polmoni. Perché era uscita con Truett? Aveva rovinato tutto, tutto! Lui non era stato abbastanza? Non era abbastanza Cross Plains per le sue ambizioni da scrittrice? E ora dov’era? Perché non era lì? Perché non era lì con lui, per lui! Novalyne! Novalyne! Chiuse gli occhi e strinse i denti, mandando giù il groppo che gli si era formato in gola e che prometteva di strozzarlo come cappio. Era come ingoiare una ciottolo che sapeva di sale e umiliazione, ma non si sarebbe messo a frignare come un bambino abbandonato dalla mamma. Serrò ancora di più le mascelle a quel pensiero e sentì le lacrime bruciargli agli angoli degli occhi. Era ingiusto. Ingiusto e meschino. Avrebbe potuto fare in modo che le cose andassero diversamente. Forse… forse se avesse parlato chiaro, come un uomo e non come un bamboccio con la fissa del melodramma, forse Novalyne non se ne sarebbe andata. No non se ne sarebbe andata se solo avesse saputo, se solo avesse capito, se lui avesse tirato fuori tutto quello che stava patendo invece di blaterare di foglie secche e ingiallite. Stupido, stupido, stupido! Povero, piccolo Bobby, aveva smesso di essere debole e fragile nel fisico, ma dentro. Dannazione!

Ascoltò di nuovo il silenzio della stanza assediato dagli striscianti rumori oltre la porta. La voce bassa di papà che borbottava in modo sommesso, quella flebile del medico che rispondeva con tono di scusa e tra loro il respiro rantolante di mamma. Aveva basato tutto ciò che aveva scritto sull’idea di immensi imperi che si sollevavano dalla polvere e si innalzavano verso le stelle, solo per tornare alla polvere da cui erano venuti quando la terra si spaccava e le acque li reclamavano. Valusia, Atlantide e ora era la roccia su cui poggiava tutto il suo mondo che stava venendo meno e la sua vita stava sprofondando nell’abisso.

Per un momento gli sembrò che il respiro faticoso di sua madre giungesse più forte, la carezza di una mano decrepita, come se lo stesse chiamando. Era la fine dunque? Forse no, forse c’era ancora qualche speranza, o forse no, quell’agonia si sarebbe conclusa di lì a poco e quella parte del suo racconto si sarebbe conclusa. Non era una tragedia in fondo, aveva messo la parola “fine” a tanti racconti, no? Quel capitolo stava giungendo alla sua conclusione, dopo tanta sofferenza, le notti passate a dormire con un occhio aperto e le orecchie tese per l’ansia, dopo tutte le cure che aveva profuso per sua madre e che si erano rivelate inutili e inadeguate come, in fondo, era sempre stato lui stesso, dopo anni di malattia e di preoccupazioni incessanti sarebbe stato libero. Non ci sarebbe stato più niente a trattenerlo lì. Sarebbe partito, sì, sarebbe partito lasciandosi tutto alle spalle.

In fondo lui aveva sempre camminato da solo per tutto quel suo piccolo vasto mondo che stava per scomparire. Avrebbe solo dovuto continuare a mettere un piede davanti all’altro, solo qualche passo oltre i rassicuranti limiti della vita che aveva conosciuto fino ad allora. Novalyne se n’era andata. Mamma stava per… aveva sistemato tutto, le carte, i documenti, non ci sarebbe stato davvero più nulla a trattenerlo. Chissà, forse papà avrebbe potuto seguirlo, sarebbero stati ancora una famiglia, in qualche modo, in qualche luogo.

Lasciò andare il respiro che stava trattenendo nel petto e aprì gli occhi. Distese le dita che non si era accorto di aver stretto fino a farsi sbiancare le nocche e fissò il foglio bianco. Gli tornarono in mente le parole di Viola Garvin e i tasti iniziarono a tamburellare:

Tutto è andato, tutto è finito: ponetemi sulla pira;

la festa è terminata e il lume ora spira.

© 2020 by Maikel Maryn.

Autore
Maikel Maryn
Maikel MarynMaikel Maryn nasce in una notte buia e tempestosa in cui il velo tra i mondi si assottigliava, forse perché era Samhain, più probabilmente per l’ultimo di una lunga serie di bicchieri riempiti e svuotati. Di quello che c’era prima restano anni passati a scrivere, ad ascoltare pessima musica e accumulare conoscenze...



Informazioni

Mini-racconto - Psicologico.
Tag: morte, scrittura, suicidio.
Inserito il 13/03/2020

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