Pixie Tales
Racconto
L'ultimo rifugio

Il gelo gli artigliò la faccia.

«Merda!» Imprecò il vecchio mentre spingeva la porta contro la furia degli elementi. Il vento sterzò di colpo e la porta fece uno scatto in avanti, il battente colpì il montante con uno schianto e l’uomo quasi sbatté la faccia contro la superficie di legno.

Con un grugnito tirò lo spesso chiavistello e si voltò, appoggiando la schiena contro la faccia interna della porta. Si stropicciò gli occhi e si spazzò la lunga barba con la mano, minuscoli cristalli di ghiaccio caddero a terra, formando subito una pozza ai suoi piedi.

Fuori il buio era candido di neve, dentro appena rischiarato dalle braci agonizzanti nel focolare. Ma il buio resta buio anche con la luce, questo il vecchio lo sapeva. Il buio è quello che resta quando anche l’ultima fiamma si spegne.
Fece scorrere per l’ennesima volta lo sguardo nella stanza. Aveva fatto a pezzi ogni singolo arredo, non rimaneva più niente per alimentare il fuoco. Il vuoto dentro, il vuoto fuori, come il buio, e presto anche il freddo.

Se fosse rimasto lì sarebbe morto come un ratto in una scatola, d’altra parte la landa ghiacciata non offriva altro che miglia e miglia di candido gelo, vento furioso e oscurità accecante. Quello era l’ultimo rifugio ed ora era ridotto a un guscio vuoto.

Improvvisamente pensò a suo padre, a quando gli raccontava qualche vecchia storia davanti al fuoco mentre lui, bambino, lo guardava incantato intagliare un pezzo di legno fino a farlo diventare della foggia di un qualche animale. L’emergere delle forme dal legno grezzo era sempre una magia e le parole delle antiche leggende la formula che permetteva l’incanto.
Si riscosse e fece per tirasi su quando un grampo gli irrigidì la gamba sinistra. Lanciò un urlo e si afferrò la coscia.

Dannazione, maledetto il passare degli anni! Suo padre non sarebbe stato affatto fiero di come si era ridotto. Massaggiò la coscia finché il dolore non diminuì, poi si mise in piedi.
Diede un ultimo sguardo d’insieme allo stanzone dove aveva trascorso gli ultimi mesi vedendolo svuotarsi poco a poco senza poter fare nulla.

Con uno sbuffo e un’alzata di spalle prese la sua decisione. Si strinse la giubba e gli strati di pellicce che lo ricoprivano, si coprì il volto con una pesante sciarpa e si calò il cappuccio bordato di pelo sulla testa. Poi prese i soli due oggetti che erano scampati al rogo del focolare: una spada dalla lama larga e pesante e una lunga lancia da caccia. Si affibbiò la prima al fianco e posò sulla spalla la seconda. Magari si poteva procurarsi della carne là fuori.

Tirò il chiavistello e il vento spalancò di schianto la porta ricacciandolo all’interno, ma il vecchio avanzò a passi forzati, varcò l’uscio.

In fondo aveva sempre saputo la verità: non c’era davvero alcun rifugio, nessun posto sicuro, solo luoghi in cui sostare qualche tempo per poi riprendere una marcia che poteva finire in un solo modo.

Lì, tra le fauci spalancate della porta che davano sul buio ormai completo della stanza e la vasta, sconfinata, abbacinante oscurità che gli si parava davanti, si ritrovò a sentire il peso delle ultime cose che portava con sé. Una spada e una lancia? Ma per fare cosa? Cacciare qualche animale, ammesso che ce ne fosse qualcuno in quel gelo senza fine e poi cosa fare? Squartarlo e mangiarlo ancora caldo e fumante di vita? Sotto la sciarpa il vecchio rise. Si slacciò il cinturone con appeso il fodero e lanciò entrambe le armi nella neve.

Libero sorrise alla tormenta e si incamminò ad abbracciare il vuoto.

© 2020 by Maikel Maryn.

Autore
Maikel Maryn
Maikel MarynMaikel Maryn nasce in una notte buia e tempestosa in cui il velo tra i mondi si assottigliava, forse perché era Samhain, più probabilmente per l’ultimo di una lunga serie di bicchieri riempiti e svuotati. Di quello che c’era prima restano anni passati a scrivere, ad ascoltare pessima musica e accumulare conoscenze...



Informazioni

Mini-racconto - Dark Fantasy, Psicologico.
Tag: gelo, inverno, morte.
Inserito il 13/03/2020

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