Pixie Tales
Racconto
Infanzia Perduta

Illustrazione a cura di Marika Michelazzi, pagina Facebook Nightfall in middle ART.

 

Racconto pubblicato per la prima volta sul primo numero della rivista "Il Grimorio del Fantastico" dedicato a Lovecraft.

 

Spalancò gli occhi all’improvviso come in un brusco risveglio. Faceva sempre così quando aveva paura. E ormai era tanto, troppo tempo che viveva nel terrore. Non dormiva più, se non per qualche ora in cui la stanchezza riusciva a prevaricare tutti i suoi sensi costantemente all’erta. Rebecca aveva raggiunto il limite. L’ultimo ricordo felice era lei che correva spensierata nei prati con il suo vicino di casa. Era passato tanto tempo; ormai di quella bambina non rimaneva niente se non delle braccia e gambe magrissime, un ammasso di capelli arruffati e unti e degli stracci al posto dei vestiti. Rebecca sospirò forte pentendosene subito. Il minimo rumore avrebbe potuto tradirla, i mostri stavano riposando, poteva sentire il loro sonoro russare, ma l’ombra... L’ombra era sempre a caccia e Rebecca sapeva che l’obiettivo di quella disperata ricerca era proprio lei. Come aveva fatto a ridursi così? Una bambina normale, come tanti suoi coetanei, trasformata in una schiava alla mercé di esseri spregevoli. Quando erano in casa, la torturavano per infiniti minuti fino ad abbandonarla stremata in un angolo della camera, con le braccia piegate all’indietro, le gambe in pose innaturali e intere ciocche di capelli strappate e sparse tutto intorno. Ogni mattina l’incubo si ripeteva, i due mostri che più le davano il tormento erano grandi il doppio di lei, con pochi denti; urlavano senza sosta parole incomprensibili biascicate tra uno scatto di rabbia e una risata satanica. A volte Rebecca si trovava al centro di un’accesa discussione tra i due esseri che se la contendevano tirandola da una parte all’altra. Ancora si domandava come il suo fisico potesse resistere; il suo corpo si era talmente abituato a quei soprusi che nemmeno le doleva più. Eppure c’era un tempo dove una piccola sbucciatura a un ginocchio la faceva correre in lacrime dai genitori; una tragedia. 

Ormai aveva perso la cognizione del tempo, quanti anni, mesi, giorni erano trascorsi? Quanti baci pieni di bava su tutto il corpo e abbracci asfissianti aveva dovuto sopportare in silenzio? E questo era niente rispetto a un terzo essere, più grande degli altri due, che entrava in camera quando non c’era nessuno e cominciava a spogliarla, lentamente, carezzando il suo interno coscia fino a strofinare il dito lì dove lei non aveva mai permesso a nessuno, nemmeno al suo amico del cuore, di mettere le mani. Come se si vergognasse del suo comportamento, l’essere in questione apriva un baule enorme e ce la chiudeva dentro. Rebecca soffocava in silenzio, afona nella propria umiliazione, incapace di compiere qualsiasi gesto fino a quando sopraggiungeva la notte e lì, sola dentro il baule, si sentiva più sicura.

La notte portava la pace, il silenzio. La notte portava Lei, un’ombra più buia dell’oscurità. Rebecca poteva sentirla quando il suo essere inconsistente filtrava da sotto la porta, dalla serratura. Un brivido le percorreva la schiena e sentiva gocce di sudore freddo farsi strada dai pori di tutto il suo corpo. L’ombra la cercava, Rebecca ne era convinta. Chiudeva gli occhi e recitava mentalmente la formula magica che la mamma le faceva ripetere ogni sera prima di addormentarsi: «Brutti sogni brutti sogni andate via, bei sogni bei sogni venite qui!», ma la spiacevole sensazione di freddo persisteva a lungo. L’ombra sembrava giocare con lei come il gatto con il topo, eppure poteva palpare la disperazione di quell’essere incorporeo. 

A volte, durante la notte, Rebecca sentiva il proprio nome rimbombare tra le mura della sua prigione. Era l’ombra che la chiamava senza tregua, un richiamo struggente cui era difficile resistere, ma lei era forte, aveva imparato a credere che se era sopravvissuta fino a quel momento, un motivo doveva pur esserci. Forse i suoi genitori la stavano ancora cercando, forse qualche poliziotto scrupoloso non si era ancora arreso, forse, alla fine, quegli esseri giganteschi e mostruosi che popolavano le sue giornate si sarebbero stancati di lei, forse stava solo vaneggiando attaccandosi inutilmente a un’impossibile speranza di salvezza. Un fruscio leggero la fece sussultare, uno dei due mostri si rigirava nel letto. Con uno slancio di coraggio sbirciò cosa stesse accadendo e quello che vide le fece gelare il sangue. L’ombra tremolava fluttuante sopra il letto dei suoi aguzzini. Un pensiero feroce si fece largo nella sua mente immacolata: vendetta. Desiderò ardentemente che l’ombra se li portasse via, per pochi secondi assaporò il piacere di avere un alleato terribile e potente ma immediatamente ne pagò lo scotto.

Rebecca, so che sei qui, lasciati vedere, abbandonati a me. 

Le parole scivolarono dolci come miele sul suo animo così duramente messo alla prova, che non chiedeva altro di smettere di vivere nel terrore per tornare alla normalità. Chiuse di nuovo gli occhi e ricominciò a recitare la formula come un mantra: «Brutti sogni brutti sogni andate via, bei sogni bei sogni venite qui».

Rebecca, io so chi sei, posso aiutarti a ritrovare te stessa, devi fidarti di me. 

La ragazza avrebbe voluto tapparsi le orecchie ma non aveva il coraggio di muovere un muscolo. Sentiva lacrime amare solcarle le guance.

È da tanto tempo che ti sto cercando, nessuno prima di te è mai riuscito a nascondersi per così tanto tempo, devi avere sofferto molto, piccola mia. 

Qultime parole la colpirono come uno schiaffo in pieno viso. Qualcosa non tornava, per la prima volta in quella camera c’era qualcuno che tentava di comunicare con lei, un’entità che non sembrava volerle fare del male. 

«Il diavolo tentatore, ecco cos’è!» e immediatamente ricacciò il dubbio insinuatole dalle melliflue parole di quella presenza demoniaca. Il cuore prese a batterle talmente forte nel petto che la paura di essere scoperta le provocò uno spasmo. «No, ti prego, non adesso», supplicò la sua fragile mente affinché bloccasse sul nascere l’attacco di panico che si stava scatenando dalle sue viscere.

Non puoi nasconderti all’infinito, ti percepisco ma non riesco a vederti. Non desideri la quiete che meriti? Non preferisci tornare a casa?

Rebecca non sapeva più come fare per tenere a bada il proprio corpo. Casa, quiete, era proprio un diavolo che sapeva esattamente quali corde pizzicare per ottenere la melodia perfetta. Ma quale era la sua casa adesso? Possibile che non si trattasse di un inganno? Sentiva l’ombra avanzare verso di lei, era sempre più vicina e l’agitazione la spinse a riflettere su se stessa. C’era un vuoto nei suoi ricordi, un gap che per quanto si sforzasse non riusciva proprio a colmare. Nel frattempo poteva percepire il tocco gelido dell’ombra sulle braccia. Possibile che la stesse ancora cercando? Era proprio sopra di lei! Un déjà-vu. Lo shock la scosse come una scarica elettrica e i ricordi cominciarono ad affiorare accavallandosi uno sopra l’altro in una danza caotica e sfrenata. 

Giovanni, questo era il nome del suo vicino di casa, nonché amico del cuore, come aveva potuto dimenticare il suo nome? Erano dei bimbi curiosi e l’immagine di loro due che correvano tra l’erba alta verso il bosco, adesso era talmente nitida che, allungando una mano, le sembrava di poter toccare i rossi papaveri che sbucavano tra il prato; le piacevano tanto. Non avevano il permesso di spingersi troppo lontano eppure ogni giorno osavano qualcosa in più, guardandosi a vicenda, complici in quelle piccole grandi trasgressioni. Un giorno entrarono nel bosco e raggiunsero un ruscello. Giovanni era poco più grande di lei e aveva iniziato a rivolgerle delle attenzioni che la spaventavano, ma incuriosivano al tempo stesso. Quella volta però non si limitò alle battute tanto di moda tra i suoi compagni di classe; allungò le mani e Rebecca ricordò, come fosse stato ieri, come lei lo avesse respinto dopo un iniziale momento di smarrimento. Giovanni non la prese molto bene e, avvicinandosi all’acqua corrente, cominciò a schizzarla. Rebecca si sentì sollevata, aveva avuto paura di aver perso Giovanni per sempre con quel rifiuto, invece tutto sembrava come prima. Quando l’amico tornò alla carica, Rebecca s’infuriò reagendo malamente. La scena si svolse al rallentatore dentro la sua mente. Giovanni che, con lo sguardo spaurito, scivolava all’indietro su una roccia bagnata, il rumore sordo della testa che sbatteva su un sasso appuntito, la macchia rossa che si allargava inesorabile nell’acqua. Rebecca si slanciò verso l’amico piangendo e pregando che si rialzasse, promettendogli tutto quello che voleva. L’urlo le morì in gola quando scivolò nel ruscello dove l’acqua non le arrivava nemmeno al ginocchio. Rebecca non reagì, lasciò che l’acqua le impedisse di respirare tenendo giù la testa, e, quando sentì di non farcela più, annaspò in cerca di aria. Sapeva che era lì a portata di bocca, a pochi centimetri di distanza. Con uno sforzo immane inarcò la schiena puntando i piedi, ma qualcosa le impediva di riemergere. Gli occhi spalancati di Giovanni si fissarono nei suoi, la corrente aveva trascinato il corpo dell’amico sopra di lei e Rebecca buttò fuori la poca aria rimasta gridando il proprio dolore.

Rebecca, guardami sono io.

Quella voce, quella forma, no, non era possibile. L’ombra aveva assunto la forma di quello che un tempo era il suo amico del cuore, il bambino che aveva ammazzato al ruscello una vita prima. Il terrore che l’ombra le provocava si trasformò in fastidio, l’animo di Rebecca ebbe un sussulto. Era il momento di farla finita, basta torture, basta vivere prigioniera della paura e dei sensi di colpa, era arrivata l’ora di reagire. Per la prima volta non chiuse gli occhi, anzi sostenne lo sguardo della forma più nera dell’oscurità. 

Una parvenza di sorriso si compose sul viso di Giovanni.

Sapevo che prima o poi ti avrei trovato! Ho parlato con molti spiriti erranti per capire dove poterti cercare, non hai idea della quantità di nascondigli che possono ospitare gli spiriti come noi, ma addirittura possedere una bambola...

«Una bambola?» Ascoltare la sua voce dopo così tanto tempo la fece quasi piangere dalla gioia. Si guardò intorno e si rese conto della massa oscura che si estrofletteva da una bambola di plastica. Uno stupido gioco. Non riusciva a capire. «Giovanni, ti prego, dimmi cosa sta accadendo? Dove sono? Chi sono?»

Siamo spiriti, Rebecca, spiriti erranti! Quando ho battuto la testa, non sono morto subito, la corrente mi ha portato sopra di te e senza volerlo sono stato responsabile del tuo annegamento. Quando mi hanno tirato fuori dall’acqua, ero in coma e non ce l’ho fatta! Rebecca, il nostro destino è legato nella morte come lo era nella vita. Il tuo spirito ha vagato fino a rifugiarsi in questa casa, la prima che ha trovato. Ti ho cercato senza sosta per raggiungere finalmente la pace insieme con te, adesso possiamo andare e riposare per l’eternità.

La bambina abbandonò il corpo inerte della bambola, adesso tutto le era chiaro. Prima di fondersi con l’ombra di Giovanni lanciò un’ultima occhiata al letto dei due gemelli di nemmeno due anni che dormivano sereni nella loro cameretta, ignari di tutto. Un sorriso le affiorò sul viso e tornò finalmente a correre felice nei prati esplorando un nuovo mondo.

© 2017 by Pietro Ferruzzi.

Autore
Pietro Ferruzzi
Pietro FerruzziSono nato a Firenze nel lontano 1976, un venerdì, esattamente il 17, non aggiungo altro. Sono laureato in Biologia e dopo 15 anni di Laboratorio adesso mi occupo di scartoffie nella ricerca Clinica. Tutta questa scienza ha fatto scattare in me il desiderio di evadere: la lettura e la scrittura di libri fantasy è stata la chiave...



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