Pixie Tales
Racconto
2048

Nuova Neapolis, 13 aprile 2048

 

Leonardo si sfregò la fronte dolorante, il cerchio alla testa continuava a ricordargli la notte insonne, i suoi occhi corsero alla busta gialla sul tavolo. Il biomonitor emise un segnale che suonò come un rimprovero: sul braccio sinistro era apparsa un’istruzione.

         Si raccomanda l’assunzione di quindici gocce di…

Represse il fastidio, spostò lo sguardo al panorama: la lava fluiva da un cratere laterale, un fiume di roccia fusa scorreva lungo il fianco del vulcano; le rocce che incontrava fondevano per entrare a far parte del flusso; un uccello spiccò il volo dal ramo di un albero carbonizzato. Quello non era un vero panorama, ma una immagine olografica ultrarealistica sulla parete più grande della sua unità.

Tornò a osservare il braccio: i led colorati sotto il primo strato di pelle dicevano che l’aria aveva la giusta composizione e la temperatura era ideale.

Sbuffò, trasmise l’insoddisfazione alla rete neurale «diavolo, questa sarà passata». La risposta arrivò in pochi millisecondi: la rete collegava l’intera umanità, le reazioni erano istantanee.

Scosse la testa e strinse i pugni, inviò alcuni feedback per non generare anomalie di interazione: ringraziò e rassicurò. La pressione delle persone che reagivano al suo stato d’animo aveva la forma di un bozzolo. L’Algoritmo Unitario avvicinava coloro che generavano segnali simili, creando Insiemi Associativi Spontanei.

«Balle» mise le dita sull’occhio sinistro che aveva preso a pulsare «ghetti virtuali, ecco cosa sono».

Si concentrò sul panorama per non pensare alla sua vecchia casa, quella con le finestre. Ricordava bene l’espressione dell’agente immobiliare nel comunicatore retinico: labbra arricciate, occhi socchiusi e una specie di ghigno al sentire “finestra”.

«Lei sta scherzando, Signor De Masi! Nessuna casa costruita dopo il 2030 ha finestre. Lei sta acquisendo un’unità di nuova generazione».

Il disgusto di quell’uomo doveva aver raggiunto decine di milioni di esseri umani nel mondo. Certe emozioni viaggiavano più veloci: i Controllori le lasciavano scorrere tra le maglie dell’Algoritmo.

Leonardo chiuse gli occhi con forza, li riaprì «camera frontale». Guardò la sua immagine nel biomonitor strinse i denti bianchi perfettamente allineati; lo sforzo di relegare le emozioni negative nella sfera del piacere privato era sempre maggiore, vedere la sua espressione lo aiutava.

Avrebbero soppresso anche quell’ultimo rifugio prima o poi. Le restrizioni agli spazi di intimità erano aumentate a ritmo crescente. Odiava dover appartenere all’apparato sensoriale dell’intera umanità: chiunque poteva sentire, vedere e toccare con i suoi occhi, orecchie e mani. Strinse forte la mascella, all’inizio il processo era stato volontario; concedendo l’uso dei propri sensi si otteneva accesso a quelli altrui. Per molti era stato un altro passo verso una vita sempre più piena e ricca. Nel tempo le clausole di esclusione erano state eliminate una dopo l’altra. Restava poco fuori dalla condivisione. Lo slogan del Sistema continuava a tornargli in mente: “Mai più crimini e corruzione, una vita e un lavoro migliori”.

«Ma hanno eliminato le persone…»

Mormorare i pensieri negativi li rendeva più facili da occultare, doveva solo simulare di star parlando dolcemente a una compagna.

Si grattò la guancia, le dita dell’altra mano picchiettavano su un ginocchio; aveva voglia di distrarsi, uscire. Non aveva una autorizzazione né una scusa da usare in caso di controllo.

«Forse mi ci vuole un ricondizionamento» si disse con un mezzo sorriso.

Il biomonitor emise un suono acuto, poi uno grave.

Leonardo si batté una mano in fronte.

«Non oggi, dannazione».

Avvertì la sensazione di calore sull’avambraccio sinistro; piccoli caratteri scuri si allinearono a formare un messaggio. L’innaturale sensazione che il suo corpo gli stesse dicendo qualcosa gli fece arricciare il naso.

«Non è il mio corpo, è il Sistema».

È stato incluso nel campione di un test statistico di benessere. L’esame ha rilevato parametri fuori norma: si consiglia l’assunzione di due...

Disattivò il promemoria, pur sapendo che era inutile.

Il biomonitor concesse una tregua; emise un altro suono, accompagnato da un nuovo testo:

L’esame sarà ripetuto tra dieci minuti; nel caso abbia problemi a prendere i farmaci sarà segnalato al Centro Sanitario per un intervento di soccorso.

Serrò i denti così forte da farli stridere.

«Soccorso un corno. Volete solo che prenda quelle dannate pillole e me ne stia buono!»

Si prese la testa tra le mani; stavolta non sarebbe riuscito a fregarli.

Le notifiche presero a ronzare, il suo Gestore Contatti Virtuali era al limite della legalità: non solo classificava le informazioni in entrata secondo le etichette definite dall’utente, ma replicava alle interazioni semplici sostituendosi a lui. Vide alcuni messaggi di comprensione, altri di biasimo, nessuna approvazione o lode.

Un sorriso obliquo gli si dipinse sul viso, le notifiche si ridussero a zero.

«Tutte semplici? Mi deludi, mondo impiccione. Doccia, vado a fare una doccia».

Aveva pronunciato l’ultima frase per salvarsi: un luogo coperto da privacy rallentava l’algoritmo.

Il biomonitor continuava a rilevare un ambiente perfetto, lui però era sudato; continuava a passarsi la mano tra i capelli umidi e asciugarla sulla maglia. Doveva scoprire chi gli aveva mandato quel messaggio e perché. Fece un respiro profondo.

«Accesso a profilo personale: LEONARDO_DEMASI; password:  Finestra!2049; esegui disconnessione: vista, udito, tatto».

Il display nell’avambraccio divenne rosso scuro. Piccole lettere bianche si allinearono su tre righe:

Questa è una violazione del protocollo di benessere collettivo. È stata notificata ai Controllori. Il mancato ripristino della connessione causerà l’intervento del Sistema.

Ignorò la minaccia e prese la busta che aveva trovato fuori dalla porta la sera prima. Dentro c’era un antico telefono cellulare, un modello privo di connessione internet. Piccolo, stava tutto nel palmo della mano; quindici tasti grigi sporgevano dal guscio di plastica blu sulla parte frontale. Sopra lo schermo c’erano alcune lettere color argento:

O K   A

Lo rigirò tra le mani, lo accese; uno sciame di pixel neri disegnò l’immagine di due mani che si toccano.

Mormorò tra i denti «che ironia».

La scritta “Connecting People” lampeggiò sul display a bassa definizione, comparve una schermata verde con la scritta SOLO EMERGENZA.

Entrò nel menu: SMS, messaggi in arrivo; lesse ancora il testo che per poco non lo aveva fatto arrestare.

Sappiamo chi sei e cosa pensi del Sistema. Possiamo aiutarti. Se accetti chiama l’unico numero in rubrica. Hai 48 ore.

La prima volta che lo aveva letto si era morso la lingua. L’abitudine a nascondere i pensieri era servita a far passare inosservata quella frase sovversiva; non l’avevano arrestato.

Non riusciva a smettere di pensarci: sapevano di lui e l’avevano trovato. Era stanco.

Si schiarì la voce senza motivo. Era una follia.

Ignorando i messaggi che lampeggiavano sul braccio si diresse in bagno, entrò nella doccia e l’attivò. Il getto ionizzato lo avrebbe isolato per qualche minuto dalla folla di menti. Non riusciva a respirare; strinse forte il biomonitor. La realtà di milioni di persone aderiva alla sua, la sentiva avvolgersi attorno al suo corpo come un guanto troppo stretto.

«Devo uscire!» la sua immagine riflessa nel metallo cromato lo fissava con occhi spiritati «subito». Uscì dalla doccia e si gettò sul telefono.

MENU > RUBRICA > CHIAMA

 

Fu sorpreso dal pulsare del segnale, un click lo riportò alla realtà, si irrigidì.

«Pronto».

«Io…»

«Non dire nulla, la tua unità è piena di microfoni».

«…»

«O sei un idiota o abbiamo ragione. Ascoltami bene: saranno da te nel giro di pochi minuti, noi non potremo aiutarti. Trova una scusa plausibile per la disconnessione. Passeremo fuori dalla tua unità tra 42 minuti esatti; se ci sarai verrai con noi, addio».

Click.

Leonardo guardò il cellulare, lo sentì scaldarsi, in breve il contatto fu doloroso, sentì la pelle bruciare e lo lasciò cadere.

«Merda».

Il cellulare toccò terra senza rompersi, l’involucro esterno aveva iniziato a fondere; in pochi istanti prese fuoco, lasciò una macchia di plastica carbonizzata sul pavimento di resina del bagno.

Il battito accelerò, irrigidì i muscoli del collo, riusciva a fare solo piccoli e frequenti respiri, non riuscì a trattenere le emozioni: il flusso invase la rete, una notifica lampeggiò nel suo campo visivo.

Gentile utente, il suo profilo e la sua configurazione sono stati temporaneamente sospesi in attesa di verifiche.

Inspirò profondamente «mi sono risparmiato migliaia di pacche sulla spalla virtuali. Prepariamo una festa per gli amici che vengono a trovarmi».

Si sorprese sentendo una strana allegria; il suo riflesso allo specchio era molto pallido. I pugni formicolavano; li aprì, lasciando circolare il sangue, fece ancora un respiro. Sarebbero arrivati in pochi minuti; la telefonata l’aveva compromesso per sempre.

Doveva agire in fretta: prese una bottiglia di alcol in cucina, un lenzuolo dalla camera. Il sensore ci avrebbe messo qualche secondo a rilevare il fumo, legò un asciugamano attorno allo sprinkler, gettò il lenzuolo sul pavimento del bagno e lo cosparse di alcol, appiccò il fuoco con l’accendino. Il bagno si trasformò in un inferno, la resina del pavimento e la plastica delle pareti si deformavano. L’allarme scattò ma l’acqua era bloccata dallo strato di spugna. Le fiamme ruggivano lambendo il soffitto. Gli girava la testa e aveva voglia di vomitare ma si impose di restare fermo, più vicino possibile al fuoco.

Non ci volle molto, sentì il tonfo della porta abbattuta. L’unità di intervento lo trovò steso a terra a pochi passi dalla devastazione causata dall’incendio.

Fu soccorso e non accusato; finse di riprendere i sensi, si ritrovò di fronte un viso di donna perfettamente regolare e due occhi grigi un po’ obliqui che lo fissavano. La donna inarcò le sopracciglia, dallo sguardo non traspariva alcuna emozione «come si sente, signore?»

Non ebbe bisogno di fingere per tossire in modo convincente: aveva in bocca il sapore acre del fumo e la sensazione di un peso al centro del petto «io… io, mi è caduto l’accendino mentre…»

«Va tutto bene, la sua connessione è saltata e siamo stati allertati. Siamo arrivati appena in tempo».

Tossì ancora, si schiarì la voce tenendosi la gola con una mano «grazie, grazie infinite».

«Dovere; una squadra sarà qui tra poco per riparare i danni. Lei sarà medicato e il suo collegamento sarà riattivato, le consiglio di riposare e bere latte».

Leonardo annuì, fece una smorfia che somigliava a un sorriso. Lo lasciarono in casa con la porta abbattuta e il fumo che si disperdeva attraverso le ventole di aerazione.

Guardò l’orologio alla parete, mancavano pochi minuti. Si guardò le mani, quindi i vestiti «forse dovrei cambiarmi».

Un’altra occhiata all’orologio, si accorse del silenzio, era dolorante e malconcio, era la preda perfetta per la rete affamata di sofferenza: il GCV non aveva notifiche.

Sperimentò la vertigine della solitudine, tanto agognata quanto terribile.

Tamburellò le dita sul tavolo, la gamba destra andava su e giù in modo spasmodico. Uscì con due minuti di anticipo, scavalcò la carcassa della porta, un largo ballatoio lo separava dalla ringhiera gialla e nera. Guardò a destra, a sinistra, il suo visore non proiettava alcuna indicazione.

Fece un passo indietro: il mondo era terribile senza le rassicuranti etichette che identificavano cose e persone.

Il ronzio armonico di un veicolo a sospensione magnetica. Erano loro?

Chiuse la bocca, che aveva aperto chissà quando, un mezzo per raccogliere i rifiuti si avvicinò alla struttura.

Una ragazza stava in piedi sul predellino, gli tese la mano, occhi dolci e brillanti piantati nei suoi, bocca piccola e carnosa, guance arrossate dall’aria fredda.

Il vento forte le scompigliava i lunghi capelli neri. La luce del sole brillava sulla tuta di plastica arancione che ne fasciava la figura slanciata.

«Vieni?»

Leonardo fissò la mano tesa, così facile da raggiungere e così difficile da afferrare; vacillò: il ricondizionamento, una nuova unità abitativa e sarebbe tornato a vivere senza problemi.

«Cosa potete darmi?»

«Qualcosa che la maggior parte di noi ha perso senza rendersene conto».

La promessa insita in quelle parole lo scosse, suonava definitiva e terribile. Leonardo avanzò di un passo e tese le dita tremanti. Scosse la testa «cosa?»

Lei sorrise, si sporse verso di lui per parlargli all’orecchio.

Leonardo fissò il rotore del velivolo a pochi centimetri dalla passerella; l’elica sembrò rallentare mentre attendeva la risposta.

«Potrai scegliere se stare solo o con gli altri, avrai di nuovo la libertà e il rischio di essere te stesso. Il Sistema ti dà tanto, ma ti toglie l’essenziale».

Leonardo deglutì «cos’è l’essenziale?» le loro dita si stavano già sfiorando e lui cominciava a capire. Non c’era nessuno attorno a loro, né in strada né nella sua testa.

Era bellissimo.

© 2017 by Vincenzo Romano. Editing: Sonia Causa. Copertina: Erika Sanciu

Autore
Vincenzo Romano
Vincenzo RomanoNato a Benevento nel 1980, vive a Napoli fino al 2009 (con una parentesi a Salt Lake City). Nel 2010 si trasferisce a Pozzuoli, dove abita con la famiglia. Da sempre appassionato di fantasy e fantascienza, nel 2016 pubblica Mezzosangue con 0111 Edizioni. I temi centrali del romanzo sono il superamento del pregiudizio, il valore della...



Informazioni


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